Svadhyaya: conoscenza e consapevolezza di sè 5/5 (12)

Prosegue il nostro viaggio con la conoscenza dei Niyama, il secondo “Anga” descritto da Patanjali negli Yoga Sutra.

Negli ultimi articoli su questo argomento abbiamo approfondito Saucha, Santosha e Tapas.

In questo articolo invece parliamo di Svadhyaya, cioè lo studio di sè, dei testi sacri e della propria vita.

“Con lo studio di se stessi e dei testi sacri, il praticante ottiene l’unione con il divino”.

Yoga Sutra 2.44

Se vuoi scoprire cosa significa questo Niyama e come metterlo in pratica nella vita, ti invito a metterti comodo e a leggere questo articolo.

Buona lettura! 😉


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Il significato di Svadhyaya

Svadhyaya significato

Svadhyaya è il penultimo Niyama descritto da Patanjali negli Yoga Sutra.

“Studia con curiosità te stesso e il mondo, accogli ogni persona ed esperienza nella tua vita come il tuo Maestro, ricerca la verità.”

Così ci esorta questo Niyama!

Abbiamo visto in Tapas come sia fondamentale aprirci al mondo ed uscire dalla nostra zona di sicurezza.

Ora con Svadhyaya il messaggio è quello di fare un salto oltre il confine del tuo sguardo e iniziare a vedere e a conoscere te stesso.

Studiare te stesso significa ricercare la tua autenticità, togliere schemi e convinzioni che non ti appartengono e lasciare emergere la tua essenza, ciò che in realtà sei.

Come spesso accade, sul tappetino da yoga possiamo entrare in una posizione in modo rigido e perfetto, seguendo uno schema ben preciso, ma nulla potrà accadere di nuovo se non troviamo il nostro modo di entrare negli asana, se non cerchiamo nuove possibilità.

Dunque conoscere te stesso è un modo per ricercare “altre” modalità di percorre il cammino verso la realizzazione, al di là della pratica degli asana, al di là del rispetto degli insegnamenti yogici.


Svadhyaya e le domande che ci fanno crescere

Domande per crescere

Chi sono? Cosa è l’anima? Che cosa è l’Universo? Come si manifesta la piena realizzazione? Come è fatto il mio corpo? E quali sono i suoi componenti? Come accade il mio respiro? Che cosa mi fa bene? Cosa invece mi danneggia?

Queste domande sono solo alcuni esempi che indicano come un ricercatore può iniziare ad avventurarsi nella pratica di questo Niyama.

Se riusciamo a rispondere a livello intellettuale a queste domande, allora comprenderemo meglio il nostro viaggio verso la realizzazione.

Acquisire le conoscenze è il primo passo verso il cammino della realizzazione; la conoscenza è essenziale.

Per esempio se volessimo attraversare l’oceano, dovremmo considerare i molteplici aspetti di questo viaggio.

Che tipo di imbarcazione utilizzare? Quale rotta è più vantaggiosa seguire? Quale equipaggio è utile per intraprendere questa traversata? Che tipo di attrezzature è necessario per affrontare questo
tipo di viaggio?

In pratica dobbiamo avere tutte le informazioni che ci mettano in grado anche mentalmente di affrontare il viaggio.

Ed è la stessa cosa che occorre fare per predisporci al nostro viaggio spirituale. Prima di iniziare dobbiamo conoscere e sapere dal punto di vista della mente dove stiamo andando, che percorso stiamo
intraprendendo, di cosa abbiamo bisogno per intraprendere il viaggio.

Acquisire la conoscenza relativa al viaggio, ci predispone a raggiungere il nostro obiettivo.

Se il percorso non ci è familiare, durante il viaggio ci potremo sentire intimoriti, avere paura e giungere ad un punto critico che potrebbe spegnere il nostro entusiasmo e neutralizzare il nostro intento.

Se ignoriamo completamente ciò che ci aspetta e il significato del viaggio, la nostra mente rifiuterà ciò che per noi è più importante sapere e ciò che potrà agevolarci nel nostro cammino.

La pratica resta sempre e comunque importante e necessaria.

Possono esserti utili anche i seguenti esempi:

  • Dobbiamo conoscere il maggior numero di informazioni riguardo al cibo e all’importanza di alimentarci bene per poter coltivare il nostro cammino verso la purificazione.
  • Dobbiamo conoscere i diversi passi del pranayama per poter praticare e dobbiamo conoscere la filosofia che si cela dietro la scienza yogica.

Uno studente appassionato vorrà conoscere le informazioni dalla sorgente per poi applicarle nella sua vita quotidiana.


Essere eterni studenti per conoscere se stessi

Eterni studenti

Lo yoga è un processo in continuo movimento, in continua evoluzione e trasformazione; occorre essere presenti a questo processo istante per istante, in ogni attimo della vita dal mattino quando ci svegliamo, fino alla sera prima di coricarci.

Occorre percepire il nostro corpo mentre camminiamo, ascoltarci e ascoltare le nostre parole mentre parliamo, osservarci mentre mangiamo, mentre abbracciamo, quando ridiamo.

Studiare se stessi è la ricerca continua di ciò che è vero per noi, istante per istante; è imparare ad essere nel momento presente, è accogliere senza identificazione ciò che è, è eliminare gli schemi, i preconcetti, i giudizi e lasciar emergere ciò che siamo veramente.


Sviluppare la consapevolezza di se stessi attraverso la pratica

Sviluppare consapevolezza con la pratica

L’osservazione e lo studio di se stessi però non è un dono che casca dal cielo piuttosto un continuo allenamento.

In questo processo la pratica degli asana e della meditazione è estremamente importante.

La prima permette di acquisire la conoscenza profonda del corpo, dei suoi problemi, di come funziona e di come reagisce.

La seconda invece permette di sviluppare la consapevolezza dei propri pensieri, dei propri schemi mentali, delle reazioni abituali e dei propri attaccamenti.

Però, senza una pratica intensa e costante, è difficile osservare se stessi e rivolgere lo sguardo internamente.

Pensa alla pratica come una sorta di allenamento quotidiano.

Più ti allenerai con costanza, più sarai in grado di applicare Svadhyaya nella tua vita e più avanti potrai andare avanti nel tuo cammino.

Approfondimento: Consapevolezza: come essere più consapevoli di sè


Rimanere nel cammino

Svilluppare Svadhyaya per rimanere nel cammino

Sebbene conoscere e studiare se stessi e l’universo sia essenziale per la nostra realizzazione, a volte, nonostante la nostra conoscenza, perdiamo la strada.

Questo è dovuto all’influenza della nostra mente che ci fa pensare di essere sulla strada sbagliata o di stare facendo qualcosa di controproducente.

A volte siamo in grado di superare le resistenze della mente e nonostante le difficoltà proseguiamo il cammino, altre volte non siamo in grado perché magari non riusciamo a lasciare andare qualcosa che ci ostacola.

Nei momenti di difficoltà è importante restare in contatto con il proprio maestro e con i suoi insegnamenti; un bravo maestro ci indica la strada e ci mostra gli inganni della mente.

Potrebbe accadere che l’essere in difficoltà ci porti nuove ispirazioni e nuove motivazioni e ci faccia riprendere il cammino interrotto.

In genere quando pratichiamo Svadhyaya è più facile rimanere in cammino perché una maggior conoscenza ci consente di conoscere gli ostacoli e le difficoltà di quel cammino e non ci fa trovare impreparati e imprecisi.

La conoscenza sostiene e supporta il viaggio.

Leggi anche: Lasciare andare è un arte che si può apprendere, ecco come!


Un approccio indiretto allo studio del sé

Studio del se

In India, alcune persone vivono in famiglie che hanno come tradizione lo studio di una delle 64 forme di arte e scienze indiane.

Queste includono l’ayurveda, l’astrologia, la scultura, la danza, la musica, la poesia, il cucinare. Ciascuna di queste forme di conoscenza può condurre alla realizzazione.

I membri delle famiglie praticano una di queste arti in accordo con il loro lignaggio, proprio come forma di Svadhyaya.

Fare questa pratica porta armonia ed equilibrio alla mente e al corpo, e indirettamente supporta e sostiene lo studio del sé.

Attraverso la pratica costante è possibile comprendere la propria intima natura e procedere nel cammino per la realizzazione del sé.


Il suono OM

Om per praticare Svadhyaya

Om è il suono dell’Eterna Verità ed è considerato un mantra della tradizione vedica.

I Veda rappresentano le più antiche scritture, la conoscenza divina che deriva dalla trance yogica; ecco perché cantare i Veda è considerata una forma di Svadhyaya.

La stessa cosa è considerata vera per le Upanisad, testi religiosi filosofici, composti in lingua sanscrita.

Studiare questi testi e il loro significato, porta alla comprensione dell’eterna verità, ma a causa della loro natura esoterica con la quale sono stati originariamente concepiti, risulta difficile raggiungere il vero e profondo significato. Potrebbe darsi che l’incomprensione di questi testi ostacoli il percorso verso la conoscenza di sé.

Se lo studio degli antichi testi per la nostra cultura occidentale può sembrare difficile se non impossibile, possiamo valutare la possibilità di cantare l’OM.

I Veda infatti sono considerati un’evoluzione del suono OM.

OM è il suono forma dell’eterna verità; contemplando questo suono, uno studente in cammino, contempla l’anima e il proprio sé.

Come tutti i mantra vedici il suono OM agisce come veicolo verso la consapevolezza, quando è pronunciato con precisione.

Nell’antica tradizione era cantato dai monaci che hanno rinunciato alla vita materiale e da coloro i quali la sola intenzione nella vita era la realizzazione di sé.

Per approfondire questo mantra leggi anche: OM, la sillaba sacra


Conclusioni

Ora che sai cosa significa Svadhyaya e perché questo principio è così importante ti invito a fare del tutto per applicarlo alla tua vita.

Senza uno studio costante di te stesso e senza lo sviluppo di una consapevolezza del tuo corpo e della tua mente è impossibile proseguire nel viaggio spirituale perché continueresti a ripetere sempre gli stessi errori.

La conoscenza di te stesso invece ti mette di fronte alla scelta di decidere se continuare a ripetere gli stessi errori oppure andare avanti nel tuo viaggio spirituale.

Cerca perciò di praticare con più intensità questo Niyama non solo quando sei sopra al tappetino ma anche durante la vita quotidiana.

Se vuoi approfondire gli altri Niyama leggi anche:


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*Immagini da Bigstock

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