Dharma: che cos’è ed il suo vero significato

Se pratichi yoga, meditazione o comunque fai parte di questo mondo, sicuramente avrai sentito la parola Dharma.

Ma qual’è il suo vero significato? 

Penso che sia fra le parole più sentite del sanscrito, ma non necessariamente conosciute. E’ una parola molto importante perché la ritroviamo in molte filosofie di origine indiana e, conoscere cosa significhi, sarà molto utile a chiunque pratica discipline collegate a queste filosofie, come lo yoga appunto. 

Vorrei, con questo articolo, aiutarti a conoscere che cos’è il dharma, cosa rappresenta nella filosofia indiana e nel buddhismo, e cosa ha a che fare con la vita quotidiana.

Questo articolo è il frutto di ricerca, studio e comprensione personale, spero che ti sia utile nel tuo percorso.


Significato della parola Dharma

Significato dharma

La parola Dharma è spesso usata in quasi tutte le filosofie o religioni di origine indiana: nell’Induismo, dove viene chiamato anche Sanatana Dharma, cioè legge universale ed eterna, nel Buddhismo, nel  Jainismo e nel Sikhismo.

Nella sua forma più antica, dharman, il termine compare per la prima volta nei Veda.

Il significato di questa parola in sanscrito si riferisce principalmente alla legge religiosa, a quella morale e all’osservanza dei doveri che ne derivano.

L’osservanza di questi doveri costituisce il fondamento della vita religiosa ma anche sociale (come ti mostrerò negli approfondimenti dedicati alla Bhagavad Gita e al sistema delle caste), per cui la stessa parola viene utilizzata anche per indicare l’insieme delle regole giuridiche relative ai diritti e doveri dei singoli.

Dharma è inoltre la personificazione del diritto e della giustizia, e, per questo motivo, viene rappresentato da Yama, il dio della morte. 

La letteratura giuridica viene indicata dal termine  dharmaśāstra, termine utilizzato sia in senso generico che in riferimento a veri e propri codici di leggi relativi  alle norme di condotta, individuale e sociale, ai procedimenti giudiziari e all’applicazione delle pene.

Mentre con il termine dharmasūtra si fa riferimento a testi indiani del periodo vedico,  sui doveri religiosi degli uomini.

Come puoi vedere, questo termine ha un ambito di applicazione molto vasto.


Che cos’è il Dharma?

In considerazione di quanto detto prima,  il Dharma può essere inteso come la legge cosmica  che governa la natura e la vita.

Se l’individuo vive nel presente e in armonia con la legge naturale, senza attaccamento ai frutti delle proprie azioni, può gradualmente liberarsi dal Saṃsāra, il ciclo delle nascite e delle morti.

Per estensione, la parola Dharma indica  anche gli insegnamenti volti a raggiungere la liberazione; mentre il Sangha è costituito da tutti i praticanti che hanno l’obiettivo di apprendere e praticare il Dharma.

Vuoi saperne di più?

Vediamo come lo stesso Sri Krishna illustra il Dharma, nella Bhagavad Gita, il suo significato più profondo e la sua importanza per la crescita spirituale individuale.


Il Dharma nella Bhagavad Gita

Dharma e Bhagavad Gita

La Bhagavad Gita, il “Canto del Beato Signore”, è un breve poema sanscrito, viene definita il Vangelo dell’India.

La Bhagavad Gita è inserita nel contesto del grande poema epico Mahabharata. La battaglia fra Kaurava e Pandava, e l’esitazione di Arjuna, che dovrebbe combattere la gente della sua stessa stirpe, e si rifiuta di contribuire a una lotta fratricida, rappresentano l’occasione perché Krishna, incarnazione umana del divino, impartisca i suoi insegnamenti sul significato della vita.

Arjuna infatti teme, partecipando alla guerra, di violare il Dharma e di sovvertire l’ordine, perché la morte di tanti uomini avrebbe destabilizzato  le famiglie e le comunità di cui quegli uomini erano responsabili.

Sri Krishna fornisce prima un quadro generale, rivelando ad Arjuna la natura eterna dell’anima. Da questo punto di vista, visto che l’anima è immortale e Arjuna non può veramente uccidere nessuno ma solo ricoprire il suo ruolo in questo evento, se questa battaglia si deve compiere per motivi karmici, il combatterla resta comunque un’azione dharmica.

Mi rendo conto che non è un passaggio così immediato per noi che siamo abituati a pensare in termini dualistici, di bene e di male. La sostanza è che in questa vita  l’anima viene ad imparare delle lezioni; quali lezioni deve imparare dipende dal suo karma; le circostanze esterne non sono davvero positive e negative ma hanno lo scopo di insegnarci le lezioni che dobbiamo apprendere.

Dopo aver chiarito la natura dell’anima, Krishna conferma ad Arjuna che il suo dharma personale gli impone di combattere.

Questo passaggio può essere ancora più ostico di quello precedente. Anche in questo caso, ci aiuta il riferimento alla legge del karma ed alle lezioni che un’anima deve apprendere durante la vita. Le lezioni che dobbiamo apprendere dipendono dal karma e costituiscono il nostro dharma. In questo contesto si comprende che il dharma stesso è destinato a favorire il vero scopo della vita, quello della realizzazione del Se’. Attraverso le nostre esperienze, e le lezioni che la vita ci impartisce, ci riavviciniamo progressivamente al senso di identità con il divino.

La legge del karma ed il dharma individuale però, nel lungo periodo, sono bilanciati dalle incarnazioni divine che proteggono i principi del dharma e limitano l’influenza distruttiva dell’adharma.

Nel caso specifico, la guerra da cui prende spunto la Bhagavad Gita, infatti, Krishna si è incarnato come auriga e consigliere di Arjuna, per aiutare Arjuna ed i suoi a vincere, in modo che la vittoria sia dalla parte dei giusti.

Gli insegnamenti di Sri Krishna sul Dharma si riferiscono, mano a mano che si procede nella lettura, ad aspetti più profondi e significativi. La conoscenza spirituale di Se’, ci dice, è favorevole al Dharma e la sua realizzazione, attraverso la devozione al divino,  permette di essere liberati dal male e dal ciclo di morte e rinascita e di raggiungere la pace eterna.

Sri Krishna critica invece il dharma vedico ordinario, contrapponendo i riti esteriori compiuti con il desiderio di ottenere una ricompensa, seppur di natura spirituale, al puro servizio devozionale alla coscienza divina che lui stesso incarna.

La conclusione dell’insegnamento di Krishna è che l’arrendersi completamente al divino è il dovere più elevato dell’anima, ed è superiore al rispettare tutti i doveri sacri, abitualmente intesi come Dharma. Questi doveri si configurano come strumenti preliminari destinati a permetterci di comprendere la coscienza di Krishna e di abbandonarci ad essa.


“Lascia ogni forma di religione e abbandonati a Me. Io ti libererò da tutte le reazioni del peccato. Non temere.”

Bhagavad Gita


La ruota del Dharma nella tradizione buddista

Il dharma nel buddismo

Il Buddismo nasce come movimento di riforma dell’Induismo, e, anche per questo, è più una filosofia di vita che una religione vera e propria.

Non ci dobbiamo stupire che condivida diversi principi ispiratori con l’Induismo e la filosofia indiana.

Fra i principali punti di contatto, vi sono il concetto di Dharma (dhamma in lingua pali), quello di karma  e la teoria della reincarnazione.

La Ruota del Dharma, simbolizza l’ottuplice sentiero buddista: corretta visione, corretto pensiero, corretta parola, corretto intento di azione e mezzi di sostenimento, corretta consapevolezza, corretta concentrazione, e rappresenta anche la perpetua diffusione del Dharma.

Infatti, la compassione del principe Siddharta Gautama lo spinse,  dopo aver ottenuto lo stato perfetto di Buddha, ad insegnare il metodo attraverso il quale aveva ottenuto questo stato: la meditazione di visione profonda, la Vipassana.

Per la prima volta a Sarnath, non lontano da Benares, l’odierna Varanasi, il Buddha enunciò le Quattro Nobili Verita’: la Verità della sofferenza, la Verità dell’origine della sofferenza, la Verità della cessazione della sofferenza, la Verità che conduce alla cessazione della sofferenza e l’Ottuplice Sentiero, simbolizzato appunto dalla Ruota del Dharma, come strumento per porre fine alla sofferenza e conseguire l’Illuminazione.

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La vita quotidiana ed il Dharma individuale

Potresti pensare che si tratti di disquisizioni esclusivamente filosofiche ma non è così. Comprendere la legge morale ed utilizzarla perché guidi i nostri passi quando abbiamo il dubbio su come comportarci, è estremamente importante e ci consente di progredire sul sentiero spirituale.

Anche il grande filosofo Kant diceva:

“La ragione pura è di per se’ stessa pratica e da’ all’uomo una legge universale, che noi chiamiamo legge morale” e anche “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”.

Kant

La sofferenza in questa vita è causata dalla non conoscenza (avidya) e dall’illusione (maya). L’illusione che il corpo e gli oggetti materiali siano tutto ciò che esiste e l’illusione di essere separati gli uni dagli altri, e gli esseri umani dal divino.

La legge morale, come spiego anche in questo articolo su Purusha e Prakriti, ci insegna invece che in ognuno di noi esiste una scintilla di divino che vuole manifestarsi e che siamo parte integrante dell’intera creazione.

La creazione può essere vista come un grande organismo, in cui ogni parte è specializzata in un compito specifico. Se ogni parte assolve il proprio compito, l’intero organismo ed ogni singola parte ne traggono beneficio.

Scegliendo di non svolgere il compito che è stato assegnato alla nostra anima (il Dharma individuale), bensì di seguire l’impulso del karma (cioè la volontà condizionata del nostro se’ inferiore), il risultato del nostro agire saranno l’insoddisfazione e la sofferenza.

Così Krishna dice ad Arjuna:

“Il proprio dharma individuale, compiuto imperfettamente, è migliore del dharma di un altro compiuto alla perfezione.”

Bhagavad Gita

A conclusione di questo articolo, vorrei affrontare l’argomento del sistema delle caste che, pur essendo ormai degenerato rispetto al sistema originario, è collegato proprio alla questione del Dharma individuale di cui abbiamo appena parlato.


Il Dharma,  le caste e gli stadi della vita

Il dharma e le caste

Il sistema delle caste, che è ancora largamente diffuso in India nonostante abbia perso le sue connotazioni originarie, fa riferimento al varnasrama-dharma, la struttura sociale vigente nella civiltà vedica.

Purtroppo,  troppo spesso l’attuale sistema delle caste dà luogo a prevaricazioni, imposizioni ed abusi, che sono inconciliabili con le intenzioni e gli obiettivi del varnasrama-dharma.

Nei più antichi testi vedici come il Rig Veda, le varie classi sociali vengono paragonate al corpo umano, di conseguenza, anche quando qualcuna di esse sembra avere una posizione più importante dell’altra, in realtà la loro interazione è necessaria al buon funzionamento dell’organismo, ed indispensabile per la sua stessa sopravvivenza.

Il varnasrama è citato anche nel Visnu Purana e nella Bhagavad-gita.

In pratica, i varna, cioè le caste, sono le quattro categorie principali che stabiliscono gli impieghi e i doveri degli individui mentre gli asrama sono i quattro livelli spirituali che scandiscono, idealmente e nel tempo, la vita dell’uomo.

I varna sono: i brahmana (intellettuali e sacerdoti), gli ksatriya (militari e amministratori), i vaisya (contadini e uomini d’affari) e i sudra (operai e assistenti generici).

Nella cultura vedica, prima di assegnare ad un individuo un ruolo all’interno della società,  si prendeva attentamente in considerazione la sua natura psico-fisica. Naturalmente, nella maggior parte delle persone le caratteristiche non sono così definite, tuttavia, di solito, emerge una specifica inclinazione.

Si trattava dunque, in origine, di una regola volta alla realizzazione dell’individuo e allo stesso tempo delle esigenze della società, che richiama i doveri dei genitori previsti dal nostro codice civile di mantenere, educare, istruire e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni.

Purtroppo questo sistema si è degradato in quello moderno delle caste, in cui le persone sono classificate esclusivamente in base alla nascita.

Il sistema varnasrama originario non faceva nessun riferimento alla nascita ma alle inclinazioni individuali.  Nascere in una determinata famiglia può influenzare le inclinazioni individuali e lo sviluppo di alcune qualità ma non dovrebbe essere, di per se’, il fattore determinante per la sua collocazione sociale.

Nella letteratura vedica infatti, sono spesso raccontate storie di persone che ricoprivano posizioni di una certa rilevanza grazie al diritto di nascita, ma che, non avendo dimostrato sufficiente capacità e competenze, venivano rimosse da quell’incarico.

Questo ci dimostra come, in origine, non solo le posizioni sociali erano attribuite con cura, ma che, anche in seguito, la conformita’ di chi occupava posizioni rilevanti  nella società veniva monitorata con attenzione.

Il varna infatti, era attribuito al singolo durante il suo processo educativo dal sacerdote, dal padre, dagli anziani e dalla guida spirituale, che osservavano le sue inclinazioni naturali e ne favorivano lo sviluppo.

In caso di disaccordo tra queste figure su quale fosse il varna da attribuire, era previsto un periodo di prova di due anni ed una commissione d’appello che riesaminava il caso allo scadere di questo periodo.

La società vedica inoltre aveva scadenzato delle “tappe” nel corso della vita degli individui, in modo che ognuno potesse assolvere il principale diritto/dovere dell’uomo, il Dharma universale, cioè quello di realizzarsi spiritualmente.   

Tutti i componenti della società quindi, non solo i sacerdoti, dopo aver adempiuto ai loro doveri nei confronti della famiglia e della società, avevano la possibilità di dedicarsi alla ricerca spirituale e al servizio del divino.

I quattro livelli spirituali (gli asrama) che corrispondono anche a diverse fasi della vita, sono: brahmacarya (vita da studenti celibi), grihastha (vita matrimoniale), vanaprastha (vita ritirata) e sannyasa (rinuncia e completa dedizione all’Assoluto).


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*Immagini tratte da Bigstock

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